Il Mondo di Adriano

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9 luglio 2003
  • “Il grandissimo”

    Su “Les Inrockuptibles”:

    Un sessantenne ruggente, uno dei migliori interpreti della canzone popolare, non è certamente uno degli eroi di Jean-Pierre Raffarin: tre buoni motivi per innalzare una statua alla gloria di Adriano Celentano.

    La sacralità che si è recentemente creata attorno al “mito di Johnny Hallyday” non ci lascia stupiti.  Ci siamo abituati al fatto che il nostro body-builder riempia regolarmente gli stadi ed al fatto che ogni suo album sia un enorme tripudio: questo successo ci è sempre sembrato metodicamente programmato, come se fosse scritto nei piani economici della nazione.
    Che Johnny goda da poco dello status di icona intoccabile per la stragrande maggioranza dei media ecco questo ci sembra inaspettato e questo la dice lunga sulla nostra opinione a riguardo della musica popolare.

     

    Nelle centinaia di pagine che gli vengono consacrate nelle ultime settimane, nessun giornalista ha ritenuto opportuno ricordare questa semplice evidenza: il rocker che il mondo intero non ci ha mai invidiato è un caposaldo da lustri di una musica che, oggettivamente, è di quelle più di merda della galassia.
    Bisogna dire che in Francia la musicalità non è fra le qualità che si richiedono ad un cantante di successo. L’importante per Johnny è la sincerità ed il carisma e il vissuto. Se non sai questo, vuol dire che non hai capito niente della leggenda. E dai anche prova di colpevole disprezzo nei riguardi degli scemi che lo adorano: perché sessanta milioni di fan non sanno di avere torto.

    Alla faccia di queste mazzate, esiste fortunatamente uno stivale (italiano) imparabile: basta evocare il caso di Adriano celentano. A 65 anni, il milanese che assomiglia sempre di più ad un gibbone spelacchiato, non ha certamente l’aria di plastica che ostenta il Big Jim Franco-Belga. Ma è la prova vivente che si possono ancora unire le parole “musica” e “popolare” senza prendere il proprio pubblico per una massa di deficienti.

    Celentano è una specie di Hallyday che è riuscito non soltanto nel commercio musicale (i suoi ultimi dischi sono stati vediti nell’ordine di milioni di esemplari) e nello star-system, ma anche nella difficile e delicata arte della canzone popolare eterna, che è anche la canzone di tutti i giorni. Coloro che conoscono classici come “24.000 baci”, “Il ragazzo della via Gluck”, “Canzone” o “Svalutation” sanno di cosa stiamo parlando. Gli altri non sanno che fortuna che hanno: potranno scoprire una discografia che, sul piano dell’invenzione melodica, è spesso una vera cornucopia dell’abbondanza.

    Hallyday e Celentano hanno fatto percorsi simili.
    Ma se il primo ha quasi dato sempre l’impressione di essere un pupazzo alla mercé delle mode, degli impresari e dell’industria discografica, il secondo si è fatto punto d’onore di diventare l’unico artefice del proprio destino.
    Nel 1961, tre anni prima del suo debutto esplosivo, aveva fondato la sua etichetta, il CLAN: una struttura formata da amici che gli creano canzoni su misura e cioè esuberanti, divertenti, esplosive. 
    Celentano aveva solo 24 anni. Nonostante il suo grande amore per gli standard del rock’n’roll, che reinterpreta a suo modo, è già molto di più di una semplice fotocopia dei pionieri del genere. Questo grazie alla forza esplosiva del suo canto che, quando arriva al massimo punto di riscaldamento, scatena un’elettricità capace di alimentare tutto il bacino mediterraneo.

    Poi perché Celentano non è solo un figlio del rock, ma anche l’erede della canzone italiana del dopoguerra: quella di gran gusto ed erudita che, nelle mani di un Renato Carosone per esempio, si diverte a mescolare tutti i generi musicali come attraverso un immenso caleidoscopio.
    Arrangiamenti ricchissimi, sapienti non-sense, eclettismo puro… quindici anni di stato di grazia espressi nella raccolta “Le origini di Adriano” in cui si sprigiona la squisita quintessenza, Celentano tocca tutti i generi con una fortuna uguale: tango, pop, mambo, rhythm’n’blues, surf, country & western, gospel, soul… e anche il rap, nella visionaria “Prisencolinensinainciusol”. (…)

    Dopo l’album “Svalutation” (1976), il percorso di Adriano rallenta un poco, questo dovuto ad un leggero calo d’ispirazione che viene ora dedicata ad altri percorsi, come il cinema e la televisione. Bisognerà aspettare l’album “MinaCelentano” (1998) per assistere al suo grande ritorno.

    E questo nuovo album “Per Sempre”, allora? A voler essere completamente onesti, non è questo monumento scolpito nel marmo che il titolo sembra voler annunciare. Ma in questa superproduzione che ospita artisti di grande prestigio (Chick Corea, il chitarrista Michael Thompson, Asia Argento…) Celentano, con la voce più granulosa e vissuta che mai, riesce a fare sentire il ticchettio del suo orgoglio intimo. Una prodezza particolarmente riuscita nei primi quattro pezzi, stimolanti antipasti dopo i quali l’album scende un po’ di tono, diventa intermittente – troppi suoni ridondanti, troppi ornamenti.

    Non fraintendetemi: mezzo secolo dopo i suoi primi brani, Celentano dimostra un vigore che ci lascia trasognati e pieni di ammirazione. In Italia, dove “Per Sempre” ha avuto un enorme successo, si è persino concesso il lusso di ridiventare l’idolo dei giovani. I francesi dovrebbero lasciar perdere il loro ed adottare lui.